giovedì 29 gennaio 2009

I sogni degli altri

  • Una forte azione per ridurre drasticamente l’impatto sul pianeta, tagliare le emissioni, modificare il proprio stile di vita per il bene di tutti.
  • Nessuna discriminazione di razza, genere, religione tra le persone: gli uomini sono tutti creati uguali e hanno pari diritti ed è compito di tutti e di ciascuno lottare perché vengano rispettati.
  • Forte sostegno ai diritti delle donne: aborto, sicurezza, parità salariale, pari dignità nella famiglia e nella vita sociale e lavorativa.
  • Reintegro del pieno stato di diritto: processi equi, nessuna legge speciale, immediata chiusura delle carceri speciali, rigetto di ogni forma di tortura.
  • Basta guerre, braccia aperte agli uomini di buona volontà, dialogo sincero e trasparente con chi è disposto a dialogare, lotta senza quartiere a chi disconosce il diritto e pratica la violenza.
  • Apertura a tutto il mondo per la soluzione comune dei grandi problemi: l’umanità può promuovere il bene del mondo solo se questo coinvolge tutti. Nessuno deve avere la possibilità di costruire il proprio benessere sulle sofferenze altrui.
  • Nessuna connivenza con speculatori e occulti manovratori dell’economia e della finanza: chi sbaglia paga, e salato. Il mercato può essere fonte di sviluppo e benessere solo se non è una giungla, se esistono regole e trasparenza, se queste vengono rispettate.
  • Adoperarsi per un mondo migliore è responsabilità collettiva e individuale a un tempo. Nessuno può sottrarvisi, tutti abbiamo la nostra parte di responsabilità, tutti ce la dobbiamo prendere. Responsabilità è la parola chiave per cambiare le cose.
  • Grandi investimenti in infrastrutture digitali volte a ridurre disparità e discriminazioni e a minimizzare l'impatto ambientale.
  • . . .
Questa è la vera politica: la capacità di indicare grandi obiettivi, di mobilitare le coscienze, di responsabilizzare, di proporre un traguardo e un percorso per raggiungerlo, di chiamare all’azione per il bene comune, di trovare nella forza della solidarietà i mezzi per realizzarlo.

Fino a quando ci toccherà sognare i sogni degli altri?

venerdì 23 gennaio 2009

Al rogo!


Dobbiamo essere grati al cardinal Poletto per la chiarezza con cui, nel pontificare che la «legge di Dio» (si legga: della Chiesa cattolica romana) è più importante di quella degli uomini (si legga: dello Stato italiano), ci ha comunicato che a giudizio delle gerarchie ecclesiastiche nel nostro paese – del quale esse hanno ripreso saldamente in mano la guida politica, amministrativa e ora anche giuridica – i cittadini (anzi, i sudditi) si distinguono in due categorie fondamentali, distinte e, ovviamente, ineguali: credenti (cattolici obbedienti) e non credenti (tutti gli altri, che siano cattolici in dissenso con i diktat dei caporioni ecclesiastici, fedeli di altre religioni o atei, agnostici, liberi pensatori ecc.). Ai primi è concesso legittimamente di obiettare su qualsiasi legge dello Stato, non soltanto non applicandola, ma anche ostacolandone l'applicazione da parte di chi la rispetta, giungendo persino a disconoscere impunemente il valore vincolante delle decisioni della magistratura; i secondi devono adeguarsi, chinando il capo in questa vita e subendo pure la pena dell’inferno dopo la morte: non sono, chiaramente, cittadini a pieno titolo, ma del resto è regola di qualsiasi religione – cui non sfugge la rozza interpretazione del cristianesimo fornita dal comitato d’affari con sede presso lo Stato vaticano – considerare inferiori e privi di vera e propria umanità tutti gli “infedeli”.
Basta osservare le reazioni della politica e, soprattutto, degli esponenti della maggioranza di governo, tutti a contendersi la palma del pensiero più retrivo e della genuflessione più prostrata di fronte alla porpora vaticana e, nel contempo, a lapidare un’esponente politica dalla schiena dritta che ha (finalmente!!) osato ribattere con il più normale (in un paese normale) degli argomenti: la separazione tra Stato e chiesa. Già, ma per considerarlo un argomento normale bisognerebbe quanto meno essere usciti dal Medioevo (o non esserci precipitosamente ritornati).
Che dire? Che per una difesa del normale buonsenso della ragione e del diritto contro i talebani della croce non basta più essere lucidamente atei: bisogna diventare animosi anticlericali. Se non altro, si avrà l'orgogliosa soddisfazione di non poter essere in alcun modo accomunati o confusi con questi inquisitori.

domenica 11 gennaio 2009

È inverno e nevica: emergenza!

È inverno. Ohibò, nevica sul Nord, chi l’avrebbe mai detto? Può esistere un evento così singolare come una bella nevicata a ridosso delle Alpi? Addirittura 30-40 centimetri!
Eppure… Eppure… di fronte a un evento tanto imprevedibile e imprevisto (tutti guardano le previsioni del tempo, tranne – evidentemente – chi è preposto a gestire la cosa pubblica: forse sono troppo impegnati a guardarsi dalle intercettazioni telefoniche della magistratura), l’intero sistema infrastrutturale del paese è andato in tilt. Treni fermi (ma non viaggiano sulle rotaie?), strade e autostrade impraticabili, città paralizzate e… scuole chiuse. E qui casca l’asino (perdonate lo scadente gioco di parole).
Nevica e la prima bella pensata di chi governa comuni, province e regioni è di chiudere immediatamente le scuole. Forse perché i cumuli di neve ostacolano il parcheggio dei SUV delle mamme che accompagnano i figli a scuola a 200 metri da casa? Certamente, ma non solo.
Al di là della scontata considerazione che, con gli inverni che si ritrovano, tutti i paesi dell’Europa settentrionale, il Canada e una buona fetta di Stati Uniti (per non parlare della Russia!) dovrebbero essere abitati da zotici analfabeti impossibilitati a raggiungere qualsiasi edificio scolastico, credo che le ragioni di fondo di provvedimenti che – se non fossero profondamente diseducativi nei confronti di scolari e studenti – andrebbero sepolti sotto una valanga (scusate di nuovo) di risate, siano sostanzialmente tre.
1. Una ragione “logistica”. Le infrastrutture di questo paese hanno raggiunto un tale livello di fragilità e di incuria e sono gestite con tale incompetenza (pensate alla vicenda del sale a Milano) e con scopi del tutto estranei al servizio ai cittadini, che basta davvero un battito d’ali di farfalla, figuriamoci un po’ di neve, per mettere in ginocchio, con un immediato effetto domino, attività fondamentali come i trasporti o servizi pubblici essenziali come le poste (con la neve, avrete notato, niente posta!), le ferrovie, le scuole.
2. Una ragione “culturale”. Nella percezione collettiva, alimentata ormai da decenni di politica distruttiva e di tagli nei confronti dell'istruzione, quando non da vere e proprie campagne di discredito, la scuola non serve a nulla: i modelli dominanti di successo veicolati dalla televisione (calciatore, velina, tycoon, malavitoso) nulla hanno a che fare con l’istruzione e la fatica dello studio. Al più è considerata un comodo e tutto sommato economico parcheggio per i figli, un modo per tenerli impegnati in modo sicuro per parte della giornata.
3. Una ragione “generazionale”. La responsabilità di gestione – amministrativa, politica e operativa – delle infrastrutture e dei servizi pubblici è ormai passata in mano a una generazione cresciuta in un ambiente fisico e culturale nel quale tutto è facile, accessibile, dovuto. Niente di male in questo, sia ben chiaro: è molto meglio spostarsi in auto che in carrozza, molto meglio avere case ben riscaldate che i geloni alle mani, molto meglio avere le disponibilità economiche per vivere negli agi che patire la miseria. È ovvio. Ma questo ha creato una generazione che trova arduo misurarsi con le difficoltà, sia pure minime come una nevicata, e più comodo aggirarle. Anche coprendosi di ridicolo.

venerdì 9 gennaio 2009

Buoni propositi/3

(segue dal post precedente)

4. Pochi chilometri (con un’eccezione). La formula one-hundred-miles products, ossia prodotti la cui provenienza non superi i 100-200 chilometri allo scopo di limitare l’impatto ambientale del trasporto – al di là della retorica che spesso la circonda, talora a fini di marketing –, altro non è che la semplice regola seguita da generazioni: compra al mercato e consuma prodotti di stagione. Così facendo, non solo adottiamo un comportamento “virtuoso” nei confronti dell’ambiente, ma probabilmente spendiamo di meno, possiamo fare la spesa a piedi e sosteniamo l’economia locale (sempre che l’astuto contadino non metta il dito sulla bilancia). E se ogni tanto mi voglio concedere un ananas (assai salutare!) o non so resistere al fascino di qualche lechee? Be’, una trasgressione ogni tanto rende la vita più interessante, poi potremo sempre combattere il senso di colpa con qualche bella mela magretta e bitorzoluta del banco del contadino.
A questa semplice regola voglio introdurre un’eccezione, che riguarda prodotti che invece viaggiano, e molto, il cui acquisto è auspicabile promuovere: quelli del circuito cosiddetto equo e solidale. Mi pare che per questi prodotti, alimentari e non – purché certificati e venduti nelle botteghe di cooperative e privati aderenti alle varie organizzazioni ufficiali –, incorporino una sorta di equazione, in forza della quale i benefici in termini economici e sociali di cui sono portatori possano bilanciare i danni dell’impatto ambientale del loro trasporto. E il loro acquisto non è soltanto un sostegno ai produttori, ma anche un riconoscimento a un’area del commercio che ha saputo abbandonare le logiche di rapina della categoria.