giovedì 27 novembre 2008

Ancora sull’«apartheid»

Accanto alle reazioni moralmente sdegnate alla proposta delle classi “differenziali” per i bambini non italiani (e di lingua non italiana), si sono registrate, tra le opinioni negative, quelle scientificamente motivate di educatori e linguisti, e quelle fondate sull’esperienza di numerosi insegnanti. Da parte di alcuni osservatori non sospetti (per esempio, Vittorio Zucconi), tuttavia, sono state avanzate ragionevoli argomentazioni a favore (o comunque di non chiusura totale). Non ne discuto il merito, anche perché alcune di esse sono comprensibili e forse non del tutto prive di fondamento.
Credo, tuttavia, che il provvedimento vada comunque rigettato in linea di principio, giacché – al di là della sua valenza specifica – configura un ulteriore passo in quell’escalation dell’esclusione (e in alcuni casi della vera e propria persecuzione delle minoranze meno protette) che comincia a profilarsi come una precisa strategia politica della maggioranza di governo sotto le pressioni delle sue componenti più rozze e sgangherate. E se ogni piccolo passo di questo processo in sé può apparire innocuo o di poca importanza, il disegno generale appare pericoloso e, soprattutto, potenzialmente aperto a soluzioni sempre più drastiche, provvedimento dopo provvedimento.
Non dimentichiamo che a ogni nuovo, piccolo, apparentemente non sostanziale provvedimento assunto dal regime nazista ai loro danni, gli ebrei stessi usavano ripetersi che era meglio chinare il capo e sopportare, tanto il regime non avrebbe osato spingersi oltre... E se a qualcuno appare esagerato o paranoico paragonare i nostri figuranti da avanspettacolo con l'immane tragedia del nazismo, giova ricordare che è vero che le tragedie della storia tendono a ripetersi in forma di farsa (cui il nostro paese è particolarmente aduso), ma a volte anche le farse possono avere risvolti pericolosi: meglio prevenirle, se ci si riesce.

mercoledì 26 novembre 2008

Amici della mignottocrazia / 2

(… segue dal precedente)  Credo che il problema stia a monte e attesti di quella che – al di là dei numeri – è la vera vittoria di s.b.: l’imposizione di un modello culturale, di una visione del mondo, e la sua assimilazione, come unico e “naturale”, da parte dell’intero corpo sociale e delle sue rappresentanze politiche (quella che, per utilizzare una veteroparola, si chiamava “egemonia”). È in questa capacità – sostenuta nell’ultimo venticinquennio da una ineguagliata abilità di marketing culturale in grado di solleticare gli aspetti più animali e antidemocratici della società italiana (in questo assai più vulnerabile rispetto alle democrazie consolidate) e da una immane potenza di fuoco mediatica conquistata dapprima con la proprietà e poi con la collusione politica, la corruzione e l’asservimento – che si sostanzia il dirompente potere distruttivo del tessuto civile, intellettuale e morale della società italiana detenuto dal cosiddetto “berlusconismo”.
A livello di società civile il capolavoro di questo modello culturale è l’anestesia totale dell’opinione pubblica, ridotta, per effetto di una lobotomia televisiva, a uno stato comatoso che azzera ogni reazione ai fatti: anzi, la continua commistione di fatti e “fattoidi” (ossia la manipolazione o l’invenzione di fatti da parte dei media) rende sempre più difficile al “pubblico” distinguere il piano della vita vera dalla finzione mediatica, creando una para-realtà che tende crescentemente ad assimilare la vita degli individui a un reality televisivo (dove, in effetti, realtà e simulazione della realtà non sono distinte). È, di fatto, la trasformazione del popolo in plebe.
A livello politico, l’egemonia del nuovo modello si manifesta nell’accettazione ormai generalizzata da parte della classe politica di ogni colore (tranne alcune frange anomiche, in parte preventivamente estromesse dall’arena della politica ufficiale, in parte costantemente sotto tiro e stigmatizzate) della visione della politica come pura spartizione del potere, manovra, collusione opaca, esclusione degli outsider attraverso barriere all’ingresso, riproduzione esclusivamente endogamica (se non addirittura incestuosa), intelligenza con il “nemico” e quant’altro (dai pizzini alla bicamerale…). È da questa separazione crescente rispetto alla società civile e ai valori della politica “alta” che discende la nozione di “casta”.

domenica 23 novembre 2008

Amici della mignottocrazia / 1

Perché nel nostro paese l’opposizione  non si oppone e chi si oppone viene redarguito e odiato con pari virulenza da maggioranza e “opposizione”? Gli Stati Uniti ci hanno recentemente dimostrato che uno dei punti di forza della democrazia è la netta distinzione dei ruoli: tu la pensi in un modo, io in quello opposto e non solo non devo vergognarmi di dirlo forte e chiaro (né tanto meno sono stigmatizzato perché lo faccio), ma è universalmente apprezzato il fatto che ci sia chi si oppone e che il sistema garantisca e promuova l’opposizione. E chi si oppone ai detentori del potere non è considerato un nemico della patria o un irresponsabile che scredita le sacre istituzioni, ma la dimostrazione vivente della forza del paradigma democratico.
Perché Obama dichiara che tra i suoi primi provvedimenti vi sarà l’immediata abolizione (sì, un tratto di penna, e via) di 200 (leggasi: 200) leggi fatte approvare da Bush e nell'anno e mezzo di governo il centrosinistra non ha abolito neanche una (leggasi: una) delle leggi vergogna del precedente governo Berlusconi? Perché in sei anni e mezzo di governo (1996-2001 e 2006-2008) il centrosinistra non è riuscito a fare una legge sul conflitto di interessi che ponesse fine alla grottesca anomalia italiana, spianando nuovamente la strada al regime mignottocratico?
La ragione, a parer mio, non sta (soltanto) nel fatto che molti, anche nel centrosinistra, in questo regime ci stanno come topi nel formaggio, lo trovano perfettamente congruente con la visione della politica come spartizione del potere, delle poltrone e del denaro pubblico (cioè dei cittadini): non hanno alcun interesse a contrastare questa visione della politica, perché sanno che se oggi stanno in astinenza (che peraltro è ancor tutto da dimostrare), domani potrebbe toccare a loro spartirsi – con metodi non del tutto dissimili – la torta.

continua

giovedì 20 novembre 2008

Fini linguisti / 2

(… segue dal precedente) C’è una seconda parola che l’attivismo culturale dell'attuale governo ha costretto a rispolverare e a riportare d’attualità, reinserendola a forza nel vocabolario, nonostante gli sforzi della democrazia per cancellarla una volta per tutte: e non solo dal linguaggio, ma anche e soprattutto dalle coscienze.

Vediamo anche in questo caso che cosa ci dice al proposito il dizionario De Mauro (www.demauroparavia.it):

apartheid, s.m.inv. nella Repubblica del Sudafrica, politica di segregazione razziale attuata dalla minoranza bianca nei confronti della popolazione di colore | estens., discriminazione razziale.

Stiamo parlando della mozione della Lega Nord del 15 ottobre da inserire nella “riforma” Gelmini sulla scuola che prevede l’istituzione di “Classi di inserimento per bambini extracomunitari”, ossia – nel sistema scolastico pubblico – classi separate dagli italiani nelle quali imparare la nostra lingua e altre cose utili (azzardo: fenomenologia del padanesimo, archivistica celtica, filologia bergamasca e via studiando e integrando). È interessante notare come anche qui – analogamente al caso delle impronte ai rom – i principali interessati dal provvedimento siano i bambini, ossia la componente più debole della componente più debole della società. Come sempre, deboli con i forti ma fortissimi e spietati con i deboli.

Siamo diventati un paese che ha paura dei bambini.

mercoledì 19 novembre 2008

Fini linguisti / 1

Avete notato come il nostro attuale governo, contraddistinto anzitutto per l’elevato livello culturale dei suoi esponenti, stia adoperandosi per arricchire il linguaggio delle giovani generazioni? Pare che gli adolescenti di oggi comunichino con un vocabolario non superiore alle 1500 parole: ebbene, grazie ai nostri illuminati governanti sono salite a 1502.
Cominciamo dalla prima, un termine in disuso fin dai tempi della seconda guerra mondiale e che l’arido vocabolario della democrazia aveva provveduto a rendere obsoleto: pogrom.
Questa la definizione del dizionario De Mauro:

stor., spec. nella Russia zarista, rivolta popolare antisemita spesso incoraggiata dal potere centrale, accompagnata da saccheggi, devastazioni, massacri | estens. violenta persecuzione contro una minoranza etnica o religiosa.

Ricordate l’assalto al campo nomadi di Ponticelli dello scorso maggio, quando tanta brava gente è accorsa a devastare, incendiare, malmenare, scacciare la pericolosissima comunità rom (nella quale si annidano numerosi, peraltro, gli elementi più pericolosi: i bambini)? E che dire della coraggiosa campagna governativa, opportunamente amplificata dalla propaganda di regime, contro ogni minoranza non allineata, meglio ancora se «abbronzata», meglio ancora se debole e marginale, meglio ancora se nomade? (Tra parentesi: quale nozione del nomadismo può avere chi chiede a gran voce che costoro se ne tornino «a casa loro»?)