lunedì 29 dicembre 2008

Buoni propositi/2


(segue dal post precedente)

3. Meno carne (zero carne). Un buon proposito molto facile da osservare per sempre più persone (compreso chi scrive), che sono decisamente passate sul versante vegetariano.
Anche qui, tuttavia, affronto le tematiche di ordine etico e dietologico associate a questo argomento solo di sfuggita, giacché siamo, almeno in parte, nel territorio dell’opinabile. Anche se qualsiasi persona di normale sensibilità che metta piede in un mattatoio difficilmente può restare indifferente, così come chiunque si soffermi a riflettere sui risultati emersi dalla mappatura del DNA, che mostrano differenze minime tra gli umani e gli animali di cui essi si cibano. Siamo l'unica specie che alleva esseri viventi con il deliberato proposito di assassinarli. Quanto alle argomentazioni nutrizioniste, rimando a una voce ben più autorevole della mia.
Restiamo, invece, sul terreno dei dati oggettivi relativi all’impatto del consumo di carne sull’ecosistema. Come fa osservare Jeremy Rifkin, gli allevamenti di bovini da carne sono responsabili di emissioni di CO2 nell’atmosfera in quantità superiori all’intero settore globale dei trasporti: sia direttamente, sia indirettamente attraverso la deforestazione volta a liberare terreni per la messa a coltura di cereali destinati all’alimentazione animale.
Il consumo di carne impatta pesantemente anche sul depauperamento delle risorse del pianeta (da quelle idriche a quelle energetiche) e va anzitutto a colpire le popolazioni più povere, costrette anche in questo caso a pagare per gli sprechi e le cattive abitudini di consumo del mondo occidentale.

(continua…)

domenica 28 dicembre 2008

Buoni propositi


Uno dei temi chiave del 2008 è stata, ovviamente, la crisi economica globale e il richiamo, da parte degli organi d’informazione, dei commentatori e anche dei politici e governanti più avvertiti (non del nostro sommo idiota, naturalmente, che forte del consenso della massa degli idioti televisivi prosegue imperterrito con il ritornello del consumo), a considerarla non solo una iattura (e come potrebbe non farlo chi si ritrova disoccupato o chi vede pesantemente erosi i propri risparmi?), ma anche in parte come un’opportunità. Un’opportunità per ripensare – dalla scala più ampia della società globale fino alla microscala dai comportamenti individuali – un modello di sviluppo e di consumo che pare averci condotto in un vicolo cieco; basti pensare, per esempio, al paradosso dell’automobile: se non se ne producono e vendono in quantità, l’economia arretra e cala il tenore di vita della popolazione, se se ne producono e vendono in quantità, si accelera il processo di distruzione del pianeta, con conseguenze ancora più dirompenti sulla vita delle persone. Insomma, un classico cul de sac.
Poiché i comportamenti di massa – gli unici che possono davvero influire sul corso delle cose – non sono altro che la somma dei comportamenti individuali (e questo fa giustizia dell’alibi di chi dichiara di non fare perché «tanto non serve a niente»), voglio approfittare del rituale palingenetico di fine/inizio d’anno per formulare alcuni buoni propositi sulle piccole cose che ciascuno di noi può fare per riconquistare almeno un po’ alla propria vita una dimensione di “opulenta frugalità”: un ossimoro che chiarisce subito che è possibile introdurre – o perpetuare, giacché molti di noi operano già in modo “virtuoso” –  comportamenti intelligenti e sensibili che riducono il nostro impatto individuale sul pianeta e ci consentono di far fronte meglio alla riduzione del nostro potere d’acquisto, senza per questo rinunciare agli agi e alle opportunità cui siamo abituati e che spesso sono il frutto di un’onorevole conquista. Senza fanatismi e senza dolorose rinunce.

1. Non utilizzare l’auto per spostamenti inferiori a 1,5 km. Lasciamo da parte l’aspetto salutistico della faccenda, che pure è tutt’altro che secondario, limitandoci a calcolare l’impatto in termini di emissioni di una pratica tutto sommato facile da attuare (sì, è vero, ogni tanto piove, ogni tanto la spesa da trasportare è pesante… senza fanatismi, ho detto). Una moderna auto di media cilindrata emette mediamente 130 grammi di CO2 al chilometro. Ammettiamo che nell’arco di un anno si riesca a sostituirla con le gambe per 50 km (è assai poco, ma restiamo su ipotesi minimali), per una mancata emissione totale di 6,5 kg di anidride carbonica. Al 31 dicembre 2006 (ultimo dato che ho trovato) a Milano circolavano 2.263.705, a Roma 2.712.908: non è difficile calcolare di quanto verrebbero tagliate le emissioni se ognuno di questi veicoli viaggiasse anche solo 50 km in meno in un anno. La proiezione di questi numeri su scala globale, poi, è impressionante.

2. Scegliere prodotti con imballi leggeri o privi di imballo. Una delle sfide chiave per la qualità della vita nei centri urbani grandi e piccoli è la riduzione della massa dei rifiuti: c’è bisogno di ricordare Napoli? (A proposito: avete notato che a Napoli i rifiuti non esistono più? Nel paese del pensiero unico televisivo idiotizzante, se una cosa non compare alla TV non esiste. Vale anche per le persone.) Posto che il singolo voto elettorale non ha alcun peso (sia numericamente, sia perché viene regolarmente disatteso) e che i cittadini comuni non hanno modo di far sentire la propria voce (la cosiddetta “opinione pubblica” non esiste più, frullata e omogeneizzata nel pensiero unico), nelle nostre mani resta tuttavia un enorme potere: quello delle scelte di consumo. L’atto d’acquisto è l’unico momento nel quale il cittadino comune conta effettivamente qualcosa, perché interviene nei gangli vitali del sistema economico, e detiene il potere, con le proprie scelte individuali, di influire su quelle della società nel suo complesso. Inserendo tra i criteri di scelta dei nostri acquisti quotidiani anche il parametro “imballaggio”, non solo provochiamo l’effetto immediato di ridurre la massa dei rifiuti (dei quali gli imballaggi inutili costituiscono una percentuale rilevante), ma anche quello di medio-lungo periodo di premiare i produttori attenti a questo elemento del loro ciclo produttivo – punendo nel contempo quelli insensibili – e di incentivare la produzione e la commercializzazione di prodotti con minor impatto sulla massa dei rifiuti.

(Altri buoni propositi nel prossimo post: si accettano consigli)

martedì 16 dicembre 2008

Calzature made in Italy


Una regola di funzionamento della maggior parte delle organizzazioni umane e animali è che si premiano i vincenti – adeguandosi al loro modo di operare, stringendo alleanze, seguendone l'esempio – e si evita di imitare i perdenti: nelle organizzazioni più rigide li si emargina, in altre ci si prende cura compassionevolmente di loro, ma si evita comunque di farne dei capi, di mantenerli in posizioni di potere, di additarli a esempio, di auspicarne l’alleanza. Avviene nelle società delle api e delle formiche come nelle grandi aziende, nelle colonie di gatti come nelle organizzazioni politiche.
In tutte, meno una.
Esiste infatti un’organizzazione un po’ particolare, nella quale la condicio sine qua non per mantenere le posizioni di comando, per rafforzare la propria immagine di strateghi, per persistere nelle proprie strategie con il consenso dei pari è quella di inanellare, una dopo l’altra, senza soluzione di continuità, brucianti sconfitte.
In quell’organizzazione il grado di intelligenza dei membri è considerato direttamente proporzionale alle débâcle che essi sono riusciti a mettere a segno: anzi, il più intelligente di tutti è considerato colui che, profondendo tutta la propria sagacia strategica, riesce a risollevare le sorti del capo dell’organizzazione avversaria, anche quando sembra che questi sia definitivamente abbattuto. Se poi ci riesce per tre volte di fila diventa ipso facto il più intelligente, anzi, il massimo intelligente.
In quell’organizzazione, se vinci sei morto. Capita raramente, ma, quando succede, viene immediatamente avviata l’opera di distruzione del malcapitato vincitore: tutte le forze sane dell’organizzazione si attivano per eliminare quella pericolosa anomalia. Se poi il soggetto si rivela così testardo e refrattario alla disciplina da vincere per ben due volte, allora la poderosa macchina organizzativa si attiva per annientarlo definitivamente. Naturalmente ci riesce, perché tutte le forze dell’organizzazione, tralasciando qualsiasi altro obiettivo, si concentrano su questo compito.
A volte, qualche scheggia impazzita dell’organizzazione deflette dalla linea strategica dominante e coglie parziali e temporanee vittorie: ecco allora che i reprobi vengono immediatamente e pubblicamente stigmatizzati, se ne deplorano le azioni così nocive per l’organizzazione, si invitano tutti i membri dell’organizzazione a isolarli e a prenderne immediatamente le distanze. In alcuni casi di vittorie particolarmente gravi li si espelle decisamente dall’organizzazione. Per controbilanciare questa pericolosa deviazione, alcuni membri tra i più accorti propongono di stringere immediatamente alleanze con altri perdenti o, meglio ancora, con l’organizzazione avversaria, in modo da garantire una salda continuità strategica e operativa.

Ah... alla prossima riunione dell’organizzazione (alcune volte queste avvengono nelle pubbliche piazze), ricordiamoci di calzare mocassini: si sfilano più rapidamente, si impugnano meglio, possiedono un’eccellente conformazione aerodinamica che ne agevola il lancio.

sabato 13 dicembre 2008

Dalemoni

«Sulla giustizia sono pronto a cambiare la Costituzione» (Silvio Berlusconi, 10.12.2008).

«Se si arrivasse a un sistema presidenziale, Berlusconi potrebbe concorrere alla massima carica dello Stato perché ci sarebbero quei pesi e quei contrappesi che consentirebbero anche a lui di governare meglio il paese» (Massimo D’Alema, 29.9.2008).

«La legge sul conflitto di interessi non dà più lavoro a nessuno» (Piero Fassino).

«D’Alema ha come prima responsabilità quella di aver consentito che venisse aggirata, con un miserabile cavillo, una legge del 1957 che stabiliva la ineleggibilità dei titolari di importanti concessioni pubbliche, e ha bloccato ogni serio tentativo di risolvere il problema del conflitto di interessi. Tutto ciò per portare a compimento, niente meno, la riforma della Costituzione. Con quel socio! Sembra incredibile!» (Paolo Sylos Labini, 16.11.2001).

«Con questi dirigenti non vinceremo mai» (Nanni Moretti, 3.2.2002).

Già... riusciremo mai a mandarli a casa (o a farsi un lungo giro del mondo in barca a vela)?

sabato 6 dicembre 2008

Dio lo vuole!


Ormai non ci basta più essere atei, riconfermare la nostra persuasione che la religione costituisca il più maligno cancro della storia dell’umanità, proclamare che il laicismo (sì, “-ismo”, con tutte le connotazioni “estremistiche” che alcuni vi vogliono scorgere) è non solo un atteggiamento legittimo, ma anche doveroso di fronte alla controffensiva del fondamentalismo e del fanatismo superstizioso: deprimenti vicende nazionali ci costringono a diventare davvero anticlericali, ossia a trasformare una posizione filosofica in concreta ostilità verso una ben identificata istituzione. La chiesa. Un comitato affaristico che fa leva sulla propria affinata capacità di subornare le coscienze dei semplici per ottenere favori dai potenti.
La vicenda dei 120 milioni di sostegno incostituzionale alla scuola privata prontamente reintegrati al primo batter di ciglia d’Oltretevere non ha bisogno di ulteriori commenti.